SCANDALO FORMAZIONE Quel rapporto perverso tra enti e Palazzo

Ludovico Albert racconta agli inquirenti di un’aggressione verbale subita da Daniela D’Urso, moglie di Giuseppe Buzzanca. I titolari degli enti coinvolti nell’inchiesta, secondo i magistrati, avrebbero usato lo spettro dei licenziamenti per costringere la Regione a finanziare i loro corsi

PALERMO – I lavoratori della Formazione usati come scudo. Questa, stando agli elementi raccolti dagli inquirenti nell’inchiesta che ha travolto gli enti del Messinese, era una delle strade prese in considerazione dai gestori degli enti stessi per ottenere qualcosa dalla Regione. La certezza dei finanziamenti, insomma. E i magistrati fanno riferimento, in particolare, al dialogo tra due arrestati, Elio Sauta e Carmelo Capone.

“Il Sauta – scrivono gli inquirenti – gli suggeriva (a Capone, ndr) di coinvolgere i sindacati,evocando, nei confronti dell’amministrazione, lo spettro del licenziamento dei lavoratori (utilizzando, dunque, lo schermo dei lavoratori per proteggere interessi personali, evidentemente tutt’altro che filantropici); quindi, contemporaneamente, chiedere al Tribunale la nomina di un amministratore straordinario allo scopo di mantenere l’attività ed i finanziamenti (“con l organizzazioni sindacale e il ragionamento dei lavoratori questa cosa la devi affrontare con (incomprensibile) la chiedi a, la chiedi a… io farei, tenterei due strade la prima che i sindacati che chiedono un incontro a Crocetta sui, con i lavoratori, e la seconda e la seconda parla con l’avvocato farei una richiesta al magistrato per nominare un (incomprensibile) in maniera di mantenere tutta l’attività (incomprensibile) non è che tu poi ci poi diri ora mi l’aviti ridari”)”.

Nessun interesse “filantropico”, quindi, nel rivendicare le garanzie occupazionale dei dipendenti della Formazione. Ma solo il tentativo di “proteggere interessi personali”. E quello che emerge dal racconto degli investigatori, è l’immagine di una guerra costante, tra Regione ed enti di Formazione. Una tensione continua. Che in un caso sarebbe persino sfociata nelle minacce.

Il “minacciato”, in questo caso, almeno stando al suo racconto, reso agli inquirenti, è addirittura l’ex dirigente generale del dipartimento della Formazione professionale Ludovico Albert. Torinese chiamato da Raffaele Lombardo come “esterno”, nel 2011 riceve una visita. È una donna. Ed è accompagnata da un sindacalista della Uil. “Il nome non me lo ricordo, – dice Albert – sì è qualificata come amministratore dell’ente della Ancol, con nome e cognome…”. Gli inquirenti non hanno dubbi a risalire all’identità della donna. Anche perché sempre Albert, durante quel racconto, aggiunge: “Se non vado errato, non vorrei dire una stupidaggine, ma mi dicono che il marito di questa signora era stato sindaco di Messina…”.

La donna, insomma, è Daniela D’Urso, moglie di Giuseppe Buzzanca, ex primo cittadino di Messina, appunto, e in quel periodo deputato regionale del Pdl all’Ars. “Costei – scrivono i magistrati – l’avrebbe aggredito e minacciato, pretendendo di ottenere, per l’Ancol, una cosiddetta integrazione, cioè, evidentemente, un aumento dell’importo ammesso a finanziamento, per fare fronte, verosimilmente, a maggiori costi per il personale. In proposito l’Albert riferiva di avere denunciato le minacce direttamente al Presidente della Regione”. “… Io sono andato dal presidente – racconta Albert – a dire ‘guarda che ho ricevuto una minaccia diretta’, dopodiché questi non si sono più fatti vivi…”.

L’invadenza degli enti e anche, come emergerà dall’inchiesta, di alcuni burocrati, costringe Albert a prendere alcuni necessari provvedimenti. “Lo stesso Albert ha sostenuto di essere stato costretto, avendo assunto l’incarico di direzione, conclude il Gip – addirittura a blindare gli atti relativi alla formazione dei nuovi bandi, allo scopo di impedire sia interferenze più o meno indebite, che fughe di notizie”.

Ma la tensione resta alta anche col “cambio di guardia” alla Regione. E nonostante il siluramento di Albert voluto dal nuovo governatore Rosario Crocetta. Che, anzi, alla fine del 2012 decide di avviare ispezioni a tappeto negli enti. E il clima di quei giorni è descritto da un dipendente dell’Ispettorato del Lavoro di Messina, Venerando Lo Conti. “Lo Conti – scrivono i magistrati – spiegava che l’ufficio era stato costretto ad effettuare l’ispezione in conseguenza delle direttive ricevute (“Elio non c’è nessun problema…. noi…siamo partiti perchè ..perchè non vorrei… per ora Crocetta impera, per ora Crocetta impera… a Messina ci sono 32 enti e dobbiamo farli tutti..e dopo Nelli Scilabra ha disposto così….e poi Nelli Scilabra cu sapi cu è”).

La tensione sale. E Melino Capone, ad esempio, teme che queste ispezioni portino al blocco dei finanziamenti dell’Avviso 20. “Il Capone – scrivono gli inquirenti – prospettava il timore che, in conseguenza dell’indagine, gli venissero bloccati tutti i finanziamenti («l’Avviso 20, allora annamu avanti in attesa di vedere un attimino, si iddi mi definanziano tutti i cosi io sono nei guai e sono incasinato, va bè che causa di forza maggiore, male minore, quindi l’affitto blocco tutti i cosi in ogni caso non è che sto dicendo causa di forza maggiore faccio ricorso al T.A.R.»). Quindi, allo scopo di scongiurare tale evenienza, manifestava il proposito di interloquire con l’assessore, il quale, però, non sarebbe stato intenzionato a riceverlo («vediamo come va a finire e questo è poco ma sicuro, il problema qua secondo me è di parlare con questo assessore (incomprensibile) ma quannnu chistu cuminciau a guerra in generale (incomprensibile) comu si parra cu chistu, non ni ricevi”.

fonte articolo Live Sicilia

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