Registro dei tumori: «Cancro a Milazzo? Nessun allame»

I tumori nel comprensorio di Milazzo? Hanno la stessa incidenza di quelli che si registrano a Messina centro dove non esistono impianti industriali. A riportarlo una inchiesta del quotidiano LA SICILIA di martedì 18 giugno scorso che riporta i dati elaborati tramite i quattro Registri dei tumori istituiti nell’isola. In sostanza le industrie inciderebbero ben poco nella presenza di neoplasie nella valle del Mela. Un dato che sicuramente farà discutere e che potrebbe essere anche confutato da altri studi altrettanto blasonati (di solito i certificati di morte riportano cause di decesso generiche tipo “arresto cardiaco” nonostante un tumore in stato avanzato inficiando le statistiche). Riportiamo l’articolo integrale a firma di Mario Barresi:

Che rapporto c’ è, in Sicilia, fra i morti di cancro e le industrie? Perché alle falde dell’ Etna, soprattutto in una certa zona, i carcinomi alla tiroide sono più del doppio della media del Catanese e delle province limitrofe? Per quale ragione nella zona nord del Siracusano c’ è un “triangolo maledetto” di leucemie e linfomi, fino al 30% in più rispetto al resto dell’ Isola? Come mai nel meraviglioso “tacco” del sud-est siciliano c’ è un esercito di malati di neoplasie al fegato e di bambini nati con malformazioni? E, infine, nel Vallone nisseno c’ è un legame fra l’ altissimo rischio di sviluppare un tumore e la presunta presenza di scorie radioattive? Una lunga serie di domande, una rete fitta e spesso inestricabile, “buchi neri” che racchiudono le paure più ataviche dei siciliani. «Può sembrare assurdo più grande elemento di novità per la salute dei cittadini siciliani negli ultimi anni è la conoscenza». L’ ammissione-provocazione è di Salvatore Sciacca, direttore scientifico del Registro tumori integrato delle province di Catania-Messina-Siracusa-Enna, uno dei quattro Rti istituiti in Sicilia; gli altri sono quelli di Palermo, Agrigento-Trapani e Ragusa-Caltanissetta. Con quasi mezzo secolo di esperienza accademica (e non solo) sull’ asse salute-ambiente, Sciacca afferma un’ amara verità: «In Sicilia, fino a cinque-sei anni fa, non c’era nessuno studio serio sullo stato di salute della popolazione, come se questo fosse un problema sanitario e non un diritto dei cittadini». La svolta, dunque, è arrivata con l’ istituzione dei Rti, che raccolgono e rielaborano i dati su incidenza, mortalità e sopravvivenza e, assicura il professore Sciacca, «stanno funzionando bene», anche se ora «si deve fare un salto di qualità puntando su una migliore comunicazione, fondata sul rigore scientifico e sul diritto alla salute, ma al di sopra delle strumentalizzazioni di chi spara numeri nel mucchio». Partiamo proprio dai dati. Il primo livello di conoscenza, sollecitato dal governo nazionale con l’ istituzione dei Sin, Siti di interesse nazionale per le bonifiche, riguarda quattro poli siciliani: le zone industriali di Siracusa e Gela, il comprensorio del Mela e la cava-killer di Biancavilla. «In quest’ ambito – spiega Sciacca – ci sono alcune credenze da sfatare, come il nesso automatico fra la presenza di industrie e l’ incidenza di tumori, il quale talvolta può sussistere ma non dappertutto con le medesime caratteristiche». Qualche esempio? «Nella zona del Mela si attendevano alti tassi di incidenza e di mortalità, ma i dati sono in linea con la media regionale e addirittura inferiori a Messina città. Ciò se si escludono i mesoteliomi pleurici, correlati alla presenza di polveri d’ amianto», quest’ ultima storicamente attestata dalla presenza dell’ ex Sacelit; la stima, venuta fuori anche negli atti del processo sul traffico di rifiuti, è di 101 ex operai morti su 220 esposti all’ amianto. Lo stesso legame che si riscontra nella zona etnea di Biancavilla, dove c’ è «un’ elevatissima presenza di mesoteliomi pleurici e di carcinomi polmonari, quattro volte superiore all’ attesa statistica, dovuti alla presenza di fluoroedenite, con struttura simile all’ amianto ma con in più due atomi di fluoro, che provoca questo pesante impatto sulla salute». A Gela, ricorda Sciacca, c’ è «un eccesso di incidenza tumorale (circa 85 casi su 100mila, al fronte degli 80 attesi, ndr), con una presenza anche di 3-4 casi annui di mesotelioma pleurico, ricollegabili all’ amianto presente non solo nelle industrie ma anche in quasi tutti gli immobili della città». Nel polo petrolchimico siracusano (95-98 su 100mila), «l’ incidenza tumorale è più alta del resto della Sicilia ma non esclusivamente legata agli insediamenti industriali». Fin qui i territori storicamente più inquinati. «Ma le sorprese – ricorda il docente – sono alcuni “cluster” (addensamenti preoccupanti, ndr) in zone in cui non si pensava potessero esistere». Il primo è nel nord della provincia di Siracusa: «A Lentini e Carlentini c’ è un’ elevatissima incidenza di leucemie, circa il 30% in più, mentre a Francofonte lo stesso dato riguarda i linfomi». Perché tutto ciò fra gli agrumeti a debita distanza dalle ciminiere? «La spiegazione a cui siamo giunti è una predisposizione genetica della popolazione, storicamente sottoposta a presenza malarica correlata a talassemia, che viene “innescata” in presenza di una sostanza specifica, un antiparassitario molto diffuso in agricoltura, sviluppando leucemie e linfomi». L’ altro mistero, a lungo sviscerato, è l’ incidenza doppia di carcinomi alla tiroide nella zona dell’ Etna. «Circa 30 casi su 100mila, al fronte dei 15 di Siracusa e Calatino e dei 18 di Messina». Due le iniziali chiavi di lettura, entrambe legate all’ acqua. La prima, la presenza del radon (gas fortemente cangerogeno) è venuta meno «perché la presenza si registra nell’ acqua che sgorga alla fonte, ma essendo un elemento molto volatile, è del tutto assente nelle misurazioni al momento dell’ erogazione». La strada che si presume più attendibile è stata imboccata nell’ escludere la seconda spiegazione: «L’ incidenza tumorale – ricorda Sciacca – non può essere addebitata alla presenza di metalli pesanti nell’ acqua, perché, a parità di qualità, i dati sulle patologie sono distribuiti in modo disomogeneo sul territorio etneo». Ovvero: «C’ è un’ estrema forza statistica, più di nove casi su dieci, che segna la differenza fra la zona orientale rispetto a quella occidentale: incidenza minima fra Randazzo, Bronte e Maletto, mentre tutti i casi si concentrano da Linguaglossa a Piedimonte, fino ad arrivare a Giarre, Riposto e in parte Acireale». Come si spiega questo enorme gap? Con due concause. La prima: «I venti prevalenti “tagliati” che scendono dal Vulcano verso la parte est, portando con sé sostanze teratogene-cancerogene. Si pensi che nella sola Linguaglossa si registrano 12 casi di Sla, al fronte di uno solo atteso». La seconda, sovrapponibile alla precedente: «La predisposizione di alcune popolazioni, in particolare quelle di Giarre, Riposto e Acireale, ad alta incidenza secolare di malaria e talassemia, con un innesco genetico di tumori alla tiroide simile a quello che avviene nella zona nord della provincia di Siracusa con leucemie e linfomi». Altri due territori sotto i riflettori sono la zona sud del Siracusano e il Vallone nisseno. Nel primo contesto, ricorda Sciacca, «si evidenzia, soprattutto fra Noto, Pachino e Portopalo un’ elevata incidenza, seppur con dati ancora statisticamente non significativi, di tumori al fegato e di nascite di bambini malformati, con un legame, ancora solo ipotizzabile, con le sostanze dannose per la salute che vengono usate nel lavoro delle serre». E nella zona di Serradifalco, dove la magistratura indaga sui misteri delle miniere, secondo Sciacca «l’ eccesso di rischio di sviluppare un tumore (negli uomini pari a un +43% nel Vallone, al fronte del +12% di Gela a confronto con le medie nazionale e regionale, ndr) può scientificamente essere collegabile alla presenza di scorie radioattive, oltre che all’ amianto e alle abitudini di vita».

(La Sicilia 18 giugno 2013)

da Oggi Milazzo

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